Acquisizioni straniere in Italia: opportunità o minaccia al Made in Italy?

il futuro dell’industria italiana dipende in larga parte dall’impatto che avrà l’ondata di acquisizioni di nostre imprese ad opera di investitori stranieri”.

Si apre così il capitolo introduttivo del libro “Le medie imprese acquisite dall’estero. Nuova linfa al Made in Italy o perdita delle radici?”, edito da FrancoAngeli, ad opera di Gabriele Barbaresco, Michela Matarazzo e Riccardo Resciniti.

Con una rilevante mole di dati analizzati, il libro si pone l’obiettivo di analizzare l’impatto delle acquisizioni straniere in Italia sulle medie imprese.

Stiamo parlando di aziende:

  • con fatturato superiore ai 16 e fino ai 300 (milioni di €);
  • dai 50 ai 500 addetti;
  • proprietà indipendente italiana, ma con una gestione già improntata alla managerialità;
  • con un forte know-how e che nell’export sono riconosciute come eccellenze del Made in Italy.

L’analisi degli Autori comprende la valutazione delle modalità, nonché quali fattori abbiano inciso in maniera rilevante sulle conseguenze (positive o negative) delle acquisizioni stesse.

Non mancano, inoltre, diversi spunti comparativi con le esperienze di altri paesi europei ed extra-europei.

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Nel rinviare alla lettura per le questioni di dettaglio, trovo molto interessante comprendere le riflessioni a base della valutazione effettuata e contenuta nel libro.

Spesso il tema, infatti, è affrontato in maniera ideologica, mentre gli Autori hanno il merito di razionalizzarlo e adottare un approccio scientifico.

Quali sono dunque le domande da porsi per affrontare la questione?

Sinteticamente:

  1. le acquisizioni straniere hanno effettivamente migliorato le performance delle aziende acquisite in tema di produttività, redditività e aumento dell’export?
  2. quanto incide il cambio della governance societaria, attraverso l’introduzione di nuove modalità e spunti in termini di miglioramento della managerialità dell’azienda?

Inoltre:

  • con quale criterio vengono scelte le aziende da acquisire? le acquisizioni rispondono a logiche industriali o finanziarie?
  • quale impatto ha la distanza culturale tra il Paese dell’acquirente e quello dell’acquisita in termini di performance?

E da ultimo:

  • quali effetti si generano sulla percezione dei consumatori finali e sulla loro intenzione di riacquisto dei prodotti dell’impresa acquisita? ed in particolare: quanto conta l’impresa acquirente nel determinare tali intenzioni in relazione ai fattori firm-based (la sua reputazione) e ai fattori country-based (la distanza psichica rispetto al paese di provenienza dell’impresa acquisita)?

Un tentativo di sintesi…

All’esito dell’analisi, si evince che:

  • gli investitori stranieri di tipo industriale prediligono una strategia di cherry-picking, cioè scelgono aziende che hanno già un significativo rendimento del capitale investimento (ROI), per poi migliorarlo nel quadriennio successivo all’acquisizione;
  • l’impatto di questo tipo di acquisizioni sarebbe quindi positivo: crescita del livello retributivo, consolidamento della base occupazionale e una sua ricomposizione a favore dei profili più qualificati, rafforzamento della presenza sui mercati esteri sia in termini di quota dell’export che di crescita delle vendite oltre confine e un migliore efficienza gestionale, che deriverebbe dalla significativa riduzione dei tempi di incasso dalla clientela.
  • l’investitore finanziario (i.e. fondo di private equity o holding di investimento), invece, predilige imprese “relativamente distressed” (c.d. lemon-picking), cioè al di sotto delle performance prevedibili, per sottoporle a un severo programma di ristrutturazione (c.d. lemon-grabbing) che porti alla migliore valorizzazione degli asset in un’ottica di successiva cessione a valori di mercato superiori a quelli di ingresso;
  • l’appartenenza geografica dell’acquirente influisce in termini di miglioramento delle performance, laddove gli acquirenti provenienti dal mondo anglofono (USA-UK) risultano essere maggiormente in grado di imprimere un aumento della produttività nelle società acquisite;
  • la distanza “psichica” tra il Paese dell’acquirente e il Paese della società acquisita ha influito negativamente in termini di intenzione di riacquisto dei prodotti finali, quando i Paesi sono culturalmente lontani (pensiamo, ad esempio, alle acquisizioni da parte di aziende cinesi di marchi italiani e le conseguenze sulla opinione pubblica quando queste sono divenute di pubblico dominio).

***

Già da queste poche righe, si evince la complessità ed importanza dell’analisi preliminare ad ogni acquisizione, che abbiamo trattato in un precedente post.

Sono questi aspetti che rendono il mondo delle acquisizioni societarie così interessante e degno di costante approfondimento.

Avv. Giuseppe Bellini